NBA, Miami Heat: Un equilibrio tutto da creare

MIAMI HEAT (3-1)

Heat @ Celtics L 80-88 (James 31, Wade 13, Bosh 8 )
Heat @ Sixers W 97-87 (Wade 30, Jones 20, James 16, Bosh 15)
Heat vs Magic W 96-70 (Wade 26, James 15, Haslem 11, Bosh 11)
Heat @ Nets W 101-78 (James 20, Bosh 18, Wade 17)

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È stata la squadra dell’estate, è la squadra del momento e con ogni probabilità lo sarà per tutto l’arco della stagione fino ai playoff, quando tre quarti degli amanti del basket in tutto il mondo spereranno di vedere i “Three Kings” con le pive nel sacco, puntando su una riconferma di Lakers o Celtics o sul nuovo che avanza, sia che si chiami Dwight Howard, sia che si chiami Kevin Durant o qualsiasi altro nome sia.

Gli Heat versione 2010 hanno un roster riassumibile con i nomi di LeBron James, Dwyane Wade e Chris Bosh, attorno ai quali Pat Riley ha aggiunto piccoli ma importanti tasselli per ridare ai tifosi di mezza Florida una speranza che si possa tramutare a fine anno in certezza: Mike Miller, Zydrunas Ilgauskas, Eddie House, James Jones, oltre ai vari Mario Chalmers, Carlos Arroyo, Joel Anthony e al confermatissimo Udonis Haslem.

Ma avete mai provato a condire un’insalata mettendo tre volte il sale? Ecco, una sensazione simile ha animato la prima uscita ufficiale del trio regale con scettro e mantello, accolti a suon di canestri dai Boston Celtics vicecampioni NBA: dopotutto il poker non mente, tre re sono un’ottima mano, ma bastano tre assi per farli passare in secondo piano e per accaparrarsi il piatto che conta.

E così sono bastati i veterani Pierce, Allen e Garnett per mettere a nudo le magagne di un progetto sicuramente ambizioso ma che necessita inevitabilmente di tempo e pazienza prima di dare i suoi primi frutti: Spoelstra, Riley e i Big Three al loro primo appuntamento insieme hanno dato l’impressione di non capire ancora nulla l’uno dell’altro, con Bosh condizionato dal recitare un copione non suo e la squadra senza alcun gioco offensivo che non fosse l’isolamento per uno tra James e Wade con il resto della squadra a guardare. Il gioco di squadra Celtics (il sale, l’olio e l’aceto della situazione), con tutto il roster, panchinari compresi, coinvolti negli schemi offensivi e messi in ritmo (Glen Davis 13 punti e Daniels 8 ) ha dato una lezione di basket agli Heat, cui il solo LeBron non è bastato per fornire una prestazione accettabile: il punteggio sin troppo risicato a tabellone di fine gara non rende l’idea della batosta che Miami, con tutta l’attesa e la pressione di questo mondo per la prima uscita del trio di amiconi riunitisi quest’estate, è stata costretta a subire.

I segnali positivi hanno iniziato a vedersi al secondo e al terzo appuntamento stagionale: se i Philadelphia 76ers non fornivano un banco di prova adeguato e non hanno fatto altro che confermare alcuni punti dolenti riguardo all’assemblaggio di questa macchina vincente, con ancora un primattore (stavolta Wade) e gli altri sottotono, seppur non necessari per una vittoria mai in discussione, la vittoria casalinga contro gli Orlando Magic ha invece dato avvio ad un progresso che a detta di molti potrebbe portare gli Heat a mettere in pericolo il famoso record di 72 W in Regular Season a firma Michael Jordan e Chicago Bulls.

Lezione recepita, sconfitta salutare contro i Celtics. Dwight Howard ha provato letteralmente da solo a tenere a galla i Magic, ma è stata soprattutto la difesa a dare agli Heat il margine poi dilatato irrimediabilmente dall’abulia di Rashard Lewis e Vince Carter e dall’inconsistenza degli ingressi dalla panchina di Brandon Bass e Mickael Pietrus: in attacco, l’impressione è che ancora non vi siano schemi che riuniscano i tre in una coralità che possa far emergere i pregi di ciascuno e nascondere i difetti. Rimane la sensazione che basti una squadra ben organizzata e dotata di più stelle per poter mettere all’angolo gli isolamenti per James o Wade o per ridurre Bosh ad un tiratore dai 6 metri e nulla più. Il pick and roll James-Ilgauskas è prodotto di Cleveland, Arroyo libero sugli scarichi può essere una soluzione ma non la risposta a tutti i problemi e dalla panchina Jones sinora è stato discontinuo e Haslem è il più in crisi per il nuovo ruolo e i minutaggi ridotti.

Lo strapotere difensivo e a livello di soluzioni offensive in isolamento sinora è bastato agli Heat, troppo forti per avversari come Sixers e Nets e per sistemi monotoni come i Magic, ma come tutti ben saprete la stagione è lunga e i veri traguardi non sono certo quelli di ottobre e novembre bensì quello finale, in cui in sequenza andranno eliminati Magic (ben altra squadra nella post season), Celtics, magari Hawks e se tutto va come previsto anche i Lakers di Kobe Bryant e dello strepitoso Pau Gasol di questo inizio di stagione. Insomma, come anticipato nel corso delle nostre trasmissioni estive, il livello di questo campionato NBA è sceso drasticamente per quanto riguarda la Regular Season e invece promette scintille per quello che sarà il piatto forte: assisteremo dunque a molte gare come Heat-Nets o Heat-Sixers, gare da cui trarre indicazioni sarà francamente impossibile perchè immane la differenza tra i due roster.

Di conseguenza, il grosso lavoro che Spoelstra, James, Wade, Bosh, Riley e tutti i Miami Heat in generale dovranno fare, sarà già rivolto verso aprile, per rendere gli alley oop James-Wade non episodi ma frutto di schemi ben precisi, ad inserire quanto prima tutti i giocatori in roster, ognuno con il proprio compito, a globalizzare quindi i movimenti di ciascuno in un tutto ordinato e in grado allora sì di esaltare in maniera forse imbattibile una squadra che per talento, starting five e atletismo non ha eguali in tutta la lega.

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