NBA, New York Knicks: l’estete che non è stata…per ora

Dopo gli editoriali su Lakers, Celtic e Thunder, ecco il punto della situazione sui New York Knickd del nostro Danilo Gallinari a cura del nostro Matteo Ghislandi.

Buona lettura.

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Da almeno due stagioni i Knicks attendevano l’estate 2010 come punto di partenza per la risalita dopo i tanti,
troppi anni vissuti fuori dal giro che conta: “piazza pulita” era l’ordine generale, liberare spazio salariale
l’obiettivo per garantirsi un posto da protagonista al grande ballo dei Free Agents in questa off-season.

James però ha preferito altri lidi, Bosh idem, Joe Johnson è rimasto ad Atlanta: così al Madison è arrivato Amare
Stoudemire (mica male eh, intendiamoci), ma nell’unico ruolo in cui i Knicks erano coperti,
costringendo alla partenza David Lee. Di contorno, l’arrivo di Felton, Anthony Randolph più vari giocatori adatti
alla run&gun di Mike D’Antoni (Azubuike, Mason).

Tutto in stand-by comunque, perchè New York ha in piedi da mesi una corte serrata a Carmelo Anthony che l’anno
prossimo va in scadenza e che, tra le righe, ha già fatto capire di voler andarsene da Denver: naturalmente
sarebbe un colpo che cambia dal giorno alla notte, ma non è dato sapere se e quando la trattativa giungerà in porto.

Obiettivo dichiarato: playoffs. E’ dal 2004 che New York fallisce l’appuntamento, ma liberati dalle scelte
disgraziate di Isiah, questo potrebbe davvero essere l’anno buono, perchè rispetto allo scorso anno Mike dispone
di un roster molto più adatto alle sue idee.
Ad Ovest i Knicks avrebbero zero chances, ma in un Est come sempre equilibrato verso il basso, New York potrebbe
inserirsi nella lotta playoff (nelle ultime posizioni, si intende).

Stoudemire, dantoniano se ce n’è uno, sarà il punto di riferimento, in mezzo e della squadra tutta: da verificare
il suo rendimento al netto di Steve Nash, dovrà (e dovrebbe) comunque garantire una 20 e 10 su base stagionale.
Nonostante Amare è proprio nei lunghi il vero problema di New York: a spartirsi i minuti in ala saranno probabilmente
Gallinari e Randolph (quest’ultimo da cui ci si attende molto dopo due annate sfortunate nella baia di Oakland),
perciò è facile ipotizzare un banchettamento dei lunghi avversari nell’area newyorkese.

A fare da contorno lì in mezzo Turiaf e il carneade Mozgov, ex-Khimki Mosca, mani eccellenti, ma poco feeling con
il gioco Nba.

Novità anche in cabina di regia: chiavi in mano a Raymond Felton, che di playmaker ha poco, ma con un grande primo passo e
buona personalità: probabile sia lui al momento il clutch player dei Knicks.

Con un play che non è un play e un centro che non è un centro, non è un mistero che per avere successo si deve correre,
ma correre per davvero: a difesa schierata saranno dolori, su due lati del campo, quindi D’Antoni non ha alternative.
Il roster del resto è lì da vedere; quando si dispone come esterni di Chandler, Roger Mason, Azubuike (più Randolph
e Gallinari che non son certo uomini d’area), è chiara la strategia: transizione, area sgombra,
penetra e scarica continuativo alla ricerca del tiro migliore (anche se Danilo Gallinari, nota polemica, sarebbe
un giocatore un attimo più completo del semplice mitragliatore da 3 punti visto lo scorso anno e in questa preseason).

Rispetto allo scorso anno i Knicks sono molto più lunghi e l’abbondanza di esterni fa presagire l’utilizzo di tanti
quintetti diversi, tutti votati al gioco sui 28 metri: inevitabile che nei finali di gara D’Antoni andrà coi
3 piccoli se non 4, e che in assenza di Stoudemire finisca centro Randolph, come lo era a volte
Boris Diaw in quei Phoenix Suns.

Il draft, solitamente avarissimo di soddisfazioni, ha portato Landry Fields da Stanford, ennesimo giocatore che può giocare
più ruoli, buon tiratore e discreto atletismo: i suoi 15 minuti dovrebbe ritagliarseli.

Ma forse il vero punto forte dei Knicks è il trovarsi nella Atlantic Division: New Jersey, Philadelphia, Toronto
senza Bosh.. disegnare di meglio è francamente difficile. Sempre con orecchie tese verso Denver…

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