NBA: La rivoluzione dei Big Three e la crisi delle superstar

La stagione NBA 2010/2011 è alle porte e con essa potrebbe avere inizio un periodo completamente nuovo per il basket a stelle e strisce, il cui equilibrio è stato sconvolto dalle firme estive dei due Free Agent più importanti, Chris Bosh e LeBron James, entrambi diretti verso i Miami Heat, per andare a comporre con Dwyane Wade forse la triade più forte mai vista nel basket dell’era contemporanea: sempre in questa direzione lavorano le voci che vorrebbero anche Carmelo Anthony e Chris Paul pronti ad unire le forze in maglia New York Knicks nel 2011, raggiungendo un altro Big come Amar’e Stoudemire.
E non dimentichiamo nemmeno altri storici terzetti recenti, peraltro titolati, come Ginobili-Parker-Duncan a San Antonio e soprattutto Pierce-Allen-Garnett, che nonostante età e acciacchi vari ancora sono stati in grado di contendere l’anello 2009-2010 ai favoriti Los Angeles Lakers.

Senza scomodare le grandi sfide Boston-Lakers, con i vari Magic Johnson, James Worthy e Kareem Abdul Jabbar da una parte, Robert Parish, Larry Bird e Kevin McHale dall’altra (e ovviamente trascurando i vari Kupchak, Rambis, Cooper, Maxwell, Danny Ainge, Dennis Johnson..), basta gettare uno sguardo alla NBA di fine anni ’90 per accorgersi di come i tempi siano drasticamente cambiati: lo sviluppo dei talenti è impostato sin dal principio sul raggiungimento di uno standard di rendimento fisico-atletico, che spesso va a danno della crescita tecnica, dell’intelligenza cestistica e della mentalità. I draft del passato ci avevano portato in dote illustri signori come Kobe Bryant o Tim Duncan, il cui futuro era già scritto prima ancora che muovessero i primi passi in campo professionistico, o ancora un Allen Iverson in grado di dominare la lega sin dal primo anno e di arrivare in finale NBA con una squadra chiaramente non all’altezza, il cui secondo realizzatore era addirittura quel Theo Ratliff che ora si è accasato ai Lakers per completare il settore lunghi.
Arrivavano cioè giocatori già in grado di stare in campo, dotati oltre che di un talento superiore, anche della maturità (escludendo Iverson, per quel che la sua carriera ha dimostrato) e della presa di coscienza che, per dominare una lega che veniva dalla propria Età dell’Oro fatta di sfide epiche, grandi nomi sia tra i vincitori che tra gli sconfitti e in generale un livello tecnico e di gioco elevatissimo, c’era da aprire il quaderno ed iniziare a prendere appunti. Duncan allevato dall’Ammiraglio David Robinson, Bryant cresciuto dalla panchina dei primi Lakers targati Shaquille O’Neal e poi proiettato in quintetto da leader maturo e in grado di portare la propria franchigia al titolo. 

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Gli anni ’90 sono stati griffati dalla dinastia dei Bulls, le cui fortune dipendevano ovviamente da Sua Maestà Michael Jordan, il quale però a sua volta aveva come compagno di avventure Scottie Pippen, Hall of Famer ed inserito nella lista dei 50 giocatori più forti di sempre. Una grande coppia dunque, con attorno tanti piccoli tasselli messi ognuno al posto giusto: Steve Kerr a punire dal perimetro, Dennis Rodman a prendere rimbalzi, Tony Kukoc sesto uomo di lusso. I loro grandi avversari sono stati ora i Seattle Sonics di Gary Payton e Shawn Kemp ora i Jazz dello “Stockton to Malone”: anche qui, accanto alle coppie di superstar c’erano i cosiddetti “role-player”, gli uomini al posto giusto al momento giusto, tiratori come Jeff Hornacek o Hersey Hawkins, ali mobili e difensive come Schrempf e Bryon Russell, orchestrati da maestri della panchina come George Karl e Jerry Sloan.
Non solo, anche le altre franchigie potevano annoverare tra le proprie fila vere e proprie superstar: a Orlando c’erano O’Neal e A. Hardaway (con Horace Grant, Darrell Armstrong, Dennis Scott..), ad Indiana c’erano Reggie Miller e Rik Smits (con Mark Jackson in cabina di regia e un tiratore scelto come Chris Mullin a punire dal perimetro) e ancora i Rockets campioni nel biennio “senza Jordan”, con Olajuwon e Drexler oltre a Sam Cassell e Robert Horry, i talentuosi Nets di Cassell e Van Horn prima e della prima era Jason Kidd poi, i velocissimi Suns di Kevin Johnson e di un giovane Steve Nash, i “Jail” Blazers, squadra di grandissimo talento ma con limiti enormi dal punto di vista caratteriale.

La nuova NBA invece ci consegna un campionato in cui le Superstar sono in crisi, in cui i prodotti giovani, usciti ancora acerbi, soprattutto mentalmente, dai college vengono proiettati sin da subito in realtà dove proprio dal punto di vista mentale non possono crescere nella maniera migliore: LeBron James è diventato il Re e il Prescelto prima ancora di aver messo effettivamente la corona e palesa ancora oggi, nonostante anni di esperienza ormai in NBA, degli enormi limiti caratteriali soprattutto nelle partite e nei momenti in cui da un vero leader, da una vera superstar ci si aspetta sempre o quasi la decisione giusta. E come lui anche Carmelo Anthony e Chris Bosh, proiettati sin da subito in realtà costruite su misura per loro, uomini franchigia con la strada già spianata e non con un futuro da conquistare: stesso rischio che corre anche Tyreke Evans, già idolo assoluto in quel di Sacramento, ma ancora estremamente incompleto dal punto di vista tecnico, soprattutto nel tiro da fuori, nel palleggio arresto e tiro e nella gestione dei possessi decisivi. E guardando nel Vecchio Continente, abbiamo anche Ricky Rubio, la cui crescita pare procedere a rilento, soprattutto dal punto di vista mentale, con l’allenatore del Barcellona Pascual costretto troppo spesso a ricorrere a onesti manovali del parquet come Victor Sada o il nostro eterno Gianluca Basile, per gestioni più oculate dei momenti clou.

E, dunque, come si batte una vera superstar, l’ultima vera superstar del Millennio, il signor Kobe Bryant? Semplice, unendo le forze, creando squadroni stracolmi di superstar, come gli Heat di quest’anno e – forse – i Knicks del 2011. Con evidente effetto collaterale di impoverire tutto il resto della lega, già di per sè vittima dell’involuzione tecnico-caratteriale di cui sopra, correndo il rischio di consegnare al pubblico e agli appassionati Regular Season e primi turni di playoff già decisi prima ancora della palla a due, con 4 squadre – circa – già sicure della finale, altre 8 a giocarsi i rimanenti posti per fare da comparse nella Post Season e tutto il resto della truppa a giocare a chi ne perde di più per scegliere prima al draft dell’anno che verrà.

Con il risultato che – magari – continuerà a vincere l’unica squadra costruita veramente bene, con la superstar Bryant, lo scudiero Gasol e tanti uomini giusti al posto giusto, sia difensivamente, che in cabina di regia, che in panchina.

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