Hattrick: intervista a Dunf. Parte prima

Se vi siete sempre chiesti chi fosse , questo personaggio avvolto nel mito, protagonista della prima storia di , ora avete un’occasione per capirlo. Ecco a voi l’ a , già presidente della Dunf United e titolare del famoso blog Distanti Saluti.

Intervista a Dunf. Parte prima

Ciao Dunf, quanti anni che non ti si vede dalle parti di Hattrick, mai avuto nostalgia?
Massì, specie delle persone. Ero entrato in contatto con molte persone, e molte di queste le ho continuate a sentire. Ma è chiaro che mancare di un dispositivo, un passatempo, una scusa taglia via molti dei contatti. E questo è quello che mi manca.
Molti utenti ti hanno conosciuto solo di fama, vista la tua prematura dipartita (solo dal gioco fortunatamente :D), vuoi raccontarci la tua storia? Partiamo da come arrivasti ad HT…
Io ve la racconto come me la ricordo, mi sfuggiranno mille particolari: son passati diversi anni.
Giocavo su un gioco di ruolo online, si chiamava Ultima Online. Da lì arrivarono molti dei primi giocatori della comunità italiana di Hattrick. Ci fu un thread, sul forum di quel gioco, che si chiamava “il pallone è la più bella cosa”. Lessi di questo gioco, mi iscrissi, però svogliatamente. Iniziai nel gennaio del 2002 in quarta serie, quando la quarta serie era il fondo del fondo. Non capii molto lo spirito del gioco, non mi misi neanche a leggere il regolamento. Mi ero iscritto quasi per amicizia, e continuavo con la svogliatezza con cui si fanno le cose svogliate. Lasciai la formazione di base, non organizzavo amichevoli, non sapevo come funzionava il gioco. Entravo una volta al mese, e l’unica cosa che sapevo fare era ingrandire lo stadio. Arrivai ad avere uno stadio da, credo, 140.000 posti, forse di più. Perché tutto ciò? Perché non avevo scoperto la comunità. Non avevo scoperto quello che era il sale, di questo gioco. Non avevo scoperto il gusto che c’è nel vedere il barista, storicamente laziale, che espone la bandiera della Roma dopo il derby perso con scritto “le scommesse si pagano”. Quello che è il sale del calcio: prendere in giro gli amici che perdono, e farsi prendere in giro quando succede a te.
E poi..
Un giorno, un anno e mezzo dopo, feci una cosa magica, chissà perché: con la follia lucida delle cose istintive cliccai sul tasto “conference”. Fu una rivoluzione. Me ne innamorati in maniera fulminea, lessi il regolamento e tutte le cose che c’erano da leggere. Ripresi in mano la squadra, che aveva continuato sempre a giocare con il 442, al tempo in cui il centrocampo era tutto, e si giocava solo 352. Era penultima in terza serie. Schierando sempre i titolari, e allenando generale, ero riuscito fortunosamente ad arrivare in terza serie.
Mi diedi come obiettivo immediato la salvezza, anche a costo di sacrificare qualcosa. Per prima cosa, però, abbattei un sacco di posti allo stadio: credo di essere stato uno dei pochi a usare la funzione per la demolizione dello stadio. Ma i costi di manutenzione di quello stadione erano insostenibili. Facevo, al tempo, qualcosa come 30.000 spettatori nelle partite in casa: rimasi con 80.000 spettatori, che rimasero tali fino alla Serie A.
E come finì?
Riuscii a salvarmi all’ultima giornata, e da lì cominciai a pianificare il futuro. Intanto leggevo consigli su come giocare, sperimentavo ciò che si poteva sperimentare: insomma, mi davo da fare. Decisi che l’obiettivo sul breve termine non poteva che essere la promozione nella seconda categoria. Ma la mia squadra era nettamente scarsa per l’obiettivo. Mi armai di pazienza, collezionai due terzi posti intanto che rafforzavo la squadra. Il quarto anno fu quello buono, riuscii a battere Flesh & Blood la squadra che da 4 stagioni arrivava prima nel girone senza essere in grado di vincere lo spareggio, e a vincere la mia III.13 con un margine sufficiente alla promozione diretta. Finalmente ero arrivato in seconda serie!
Un bel salto…
Arrivare in Seconda serie voleva dire aver raggiunto il mio obiettivo. Non avevo fatto programmi a lungo termine, e non li feci neanche sul momento: decisi che salvarmi al primo anno di II serie fosse un obiettivo alla mia portata. Feci una stagione di lacrime e sangue, arrivai sesto e vinsi lo spareggio. Lì capii che se volevo puntare più in alto – se volevo vincere la Serie A – dovevo dare un cambio di marcia. Potevo soffrire un altro anno, poi altri due, e poi altri tre, per navigare a vista verso la salvezza, o dare una sterzata. Decisi di vendere tutto il centrocampo che mi aveva portato alla promozione e di comprare due dei diciassettenni più promettenti, un italiano: Giorgio D’Andrea, che poi diventò nazionale u-20 e nazionale italiano, e Seri Yodrit, forse il miglior centrocampista Tailandese ai miei tempi. Accanto a loro comprai altri giovani, un po’ meno promettenti – era finito il budget – ma che avrebbero reso dei bei soldi. Giovando in II serie con un centrocampo di diciassettenni ero condannato a una retrocessione pressoché certa. Tuttavia me la giocai – quell’anno avevano introdotto il contropiede, e io nel vendere i miei centrocampisti più forti avevo puntellato la squadre negli altri ruoli – riuscii in qualche colpaccio, finii settimo a un punto dalla sesta. Ricadevo in III serie, ma l’allenamento stava portando i suoi frutti i giocatori che avevo comprato a inizio stagione erano diventati già molto forte, e – essendo così giovani – li vedevo crescere di settimana in settimana.
Giovani virgulti crescono…
Mi ritrovai di nuovo nella III 13, dovevo avevo l’attacco e la difesa più forti, e un centrocampo nettamente più debole degli altri, anche perché avevo rivenduto due dei giovani comprati e avevo comprato un altro diciassettenne norvegese fortissimo che sarebbe cresciuto come gli altri. Dominai quella stagione accumulando vittorie in contropiede, con cui rialzavo il team spirit, e che mi permettevano di pareggiare il possesso palla dei centrocampi più forti. A metà stagione ero in testa alla classifica e i miei centrocampisti iniziavano a essere forti quasi quanto quelli degli altri che – invece – non crescevano. A fine stagione tornai in II serie con due giornate d’anticipo. L’agilità con cui avevo vinto questa stagione mi aveva fatto sognare: la serie A era alla portata, e la mia squadra cresceva più di tutte le altre; era vero, però, che rispetto agli squadroni della II serie ero ancora molto indietro. Mi posi un obiettivo ambizioso: volevo arrivare quarto, per evitare i playout. Pensavo di poter esitare un poco all’inizio, ma poi gli oramai diciannovenni d’Andrea e Yodrit sarebbero cresciuti: nel frattempo vennero convocati nelle rispettive selezioni u20. Mi ero posto l’obiettivo di arrivare alla vittoria della II serie in 3 stagioni, il quarto posto mi avrebbe confermato che era possibile. Le prime giornate andarono come credevo, molta fatica, pochi punti. Piano piano, però, la squadra iniziava a carburare e battersela contro le più titolate squadre di II serie, in un girone equilibratissimo. Cominciai a vincere, e vincere ancora. Guadagnai la testa del girone, e – mentre le squadre dietro continuavano a strapparsi punti a vicenda, io volavo via, in testa alla classifica, da neopromossa.
Il sogno si avvicina
A poche giornate dal termine la seconda in classifica era più vicina alla sesta, che alla prima: io. Avevo virtualmente vinto la II serie da neopromossa, sapevo però che i punti persi a inizio campionato non mi avrebbero permesso di accedere alla Serie A, se non passando per lo spareggio – in trasferta – che nessuna squadra aveva mai vinto, nella storia: e poi giocare in Serie A con quella squadra sarebbe stato un massacro. Decisi comunque di provarci, non era forse la decisione più saggia, ma comunque tentare ad arrivare in Serie A sarebbe servito a farmi le ossa. Mancavano ancora diverse giornate. Cercai di accumulare team spirit per arrivare con il morale alto allo spareggio, e provare a giocarmela. Incontrai l’Oratorio San Giuseppe, con il cui manager avevo sempre mantenuto rapporti cordiali: sapevo, anche, che era una persona onesta. Non avrebbe fatto nessun doppio-pic, o nessuna scorrettezza del genere. Ce la saremmo giocata entrambi al massimo delle nostre possibilità.
L’avversario era davvero più forte: nonostante un team spirit alto considerai la carta del contropiede, mi pensai anche disposto a giocare un 442 con due centrocampisti centrali, e perdere uno slot – per la prima volta da quando avevo scoperto cosa volesse dire allenarsi. Ma non era la soluzione adatta: l’Oratorio San Giuseppe era la prima squadra che incontravo che non sovrastavo almeno in attacco e in difesa – al tempo moltissimo della forza di una squadra era fatto dal centrocampo, così la gran parte delle squadre aveva centrocampisti fortissimi, e attaccanti e difensori più scarsi. Giocai con la mia squadra titolare, e vinsi – 1-3, se non ricordo male. Incredibile, contro ogni pronostico d’inizio stagione: con due stagioni d’anticipo sulle mie più ottimistiche velleità. Contro la tradizione che voleva le squadre di prima serie non perdere mai uno spareggio, contro tutto questo, ero in Serie A!
Fine prima parte
loading...

Comments

comments

Facebook